Prossima fermata: Europa

Quaderno d'appunti e pensieri

Nonostante tutto, Juncker

Jean-Claude_zoom

Il braccio di ferro è finito con un secco 26 a 2, stravince Juncker: sarà lui il prossimo presidente della Commissione europea.

Lo scorso venerdì i leader europei riuniti a Bruxelles hanno trovato quasi unanimemente – 26 contro 2 appunto – l’accordo sulla nomina dell’ex-primo ministro lussemburghese a capo dell’esecutivo europeo, per buona pace della stranissima coppia Cameron-Orban. Nelle prossime settimane Juncker dovrà ricevere il placet praticamente scontato del Parlamento europeo, in seguito formare la sua squadra di governo e infine presentarsi di nuovo di fronte agli eurodeputati per ottenerne formalmente la fiducia. L’ostacolo più grande era la sua designazione da parte del Consiglio europeo: cosa fatta, la strada è ormai in discesa, anche se non si possono escludere vittime collaterali nelle prossime settimane, si pensi a Buttiglione nel 2004.

La nomina di Juncker è stata una corsa a ostacoli, cominciata subito dopo l’ufficializzazione dei risultati elettorali, a causa della forte opposizione di Cameron (che tatticamente finora non sembra averne azzeccata una), sostenuto dalla stampa inglese che ha attaccato il lussemburghese a testa bassa e in modi ancor più bassi, ma anche delle non poche remore espresse dagli altri leader europei, che hanno titubato molto prima d’accettare le modalità promosse dai partiti politici europei e dal Parlamento europeo, che limitano sensibilmente i poteri assoluti che questi avevano in passato, quando potevano decidere tra di loro, ognuno con diritto di veto, a chi spettasse presiedere la Commissione.

Justus Lipsius

Justus Lipsius, sede del Consiglio, dove di riuniscono i ministri e i capi di Stato e Governo europei

Il cambiamento introdotto, secondo cui spetta la presidenza della Commissione al capofila del partito europeo che ha ottenuto la maggioranza alle europee, è importante per il presente – aumenta trasparenza e legittimità del processo di nomina – e per il futuro – mette le radici per un’escalation democratica continentale. I governi nazionali però hanno già cominciato a studiare e attuare delle contromosse, cercando di contenerne il più possibile le conseguenze di queste innovazioni.

La nuova pratica, che spero diventerà la prassi, ha portato maggiore trasparenza nella nomina del presidente della Commissione perché questa non è più il risultato imprevedibile di un conclave tra capi di Stato e di Governo, ma quello prevedibile e replicabile di un processo democratico, che comincia con la nomina dei capofila (ormai noti con il termine tedesco Spietzenkandidaten) dei vari partiti politici europei, e culmina nelle urne. Ma ha portato anche maggiore legittimità democratica perché i partiti nazionali affiliati ai partiti europei hanno sostenuto i propri capifila, anche se con convinzione e partecipazione differenti, e quindi gli elettori hanno indirettamente espresso una scelta rispetto a chi dovesse essere il presidente della Commissione.

Le ultime settimane, culminate nella decisione di venerdì scorso, ci mostrano che è ormai un dato di fatto che spetta al capofila del partito europeo che ottiene la maggioranza (relativa) alle elezioni europee formare e presiedere la Commissione europea. Questa novità era stata sottovalutata – se non ridicolizzata – dalla stampa e dall’opinione pubblica, ma è riuscita ad affermarsi. Possiamo oggi essere quasi certi che alle prossime elezioni europee la battaglia per la nomina a Spietzenkandidat di ciascuno dei partiti europei sarà molto più animata e vi parteciperanno personalità di alto profilo (spero soprattutto tra i socialisti, sorry Schulz). A guadagnarne saranno i cittadini europei, per i quali cominciano a delinearsi degli elementi concreti di democrazia europea.

I leader europei non sono stati però a guardare passivamente che le proprie antiche prerogative venissero, dal loro punto di vista, usurpate e hanno reagito scrivendo il programma di governo della nuova Commissione. Il Consiglio europeo ha infatti chiesto al suo presidente, il navigato negoziatore belga van Rompuy, di scrivere l’agenda politica della futura Commissione, sfruttando le prerogative conferite dai trattati al Consiglio europeo di definire gli orientamenti politici generali dell’Unione. Il programma però è molto generale e, a mio modesto parere, lascia comunque un ampio margine d’azione. La ragione ufficiale per questo esercizio era di definire priorità politiche prima d’indicare nomi, indirizzando poi la scelta della persona giusta in base alle priorità politiche per il prossimo quinquennio; la realtà è invece che si è cercato in questo modo d’inquadrare lo spazio d’azione del nuovo presidente, riaffermando la leadership del Consiglio europeo e degli Stati membri dell’UE rispetto al Parlamento europeo. Il testo contiene inoltre alcune parole e frasi-chiave che i capi di Stato e Governo possano vendere facilmente alla stampa e alla popolazione una volta di ritorno a casa per mostrare il loro personale successo (che so, flessibilità per l’Italia e rispetto dei patti presi per la Germania e altri paesi del nord europa, per fare alcuni esempi molto semplici).

Guardano questi recenti sviluppi, Jean Quatremer, influente blogger francese sulle questioni europee, parla di rivoluzione democratica. Io non sono in disaccordo, ma ci andrei più cauto e, detto per inciso, non userei come lui fa il termine putsch, che di democratico ha ben poco: si tratta certamente di un primo grande passo in avanti nel processo di democratizzazione europea, ma pensare che delle nuove modalità per la nomina del presidente della Commissione siano sufficienti per inaugurare l’era della democrazia su scala continentale è troppo ottimista. C’è ancora molto da fare, tra cui: creare una vera politica economica comune dell’eurozona, un tesoro europeo, democratizzare la nomina dei vari Commissari e non solo del presidente, lanciare e sostenere un dibattito politico veramente europeo (diciamocelo chiaramente: quanti sapevano davvero che votando per un partito nazionale stavano votando anche per uno specifico candidato alla presidenza della Commissione? E quanti hanno espresso il proprio voto in funzione di questo? Certamente pochi, molto pochi).

Bisogna anche sfatare un altro mito, soprattutto tra i filo-europei, cioè che il rafforzamento della democrazia europea debba farsi alle spese degli interessi e delle prerogative degli Stati membri. Questo approccio è controproducente e pericoloso: gli Stati hanno un bagaglio d’esperienza democratica da cui l’Europa può e deve imparare, l’Unione si farà con l’aiuto, impegno e sostengo attivo degli Stati, non malgrado o contro di loro. Del resto, non credo che neanche i cittadini europei lo accetterebbero o comprenderebbero, perché fino a prova contraria questi si sentono prima di tutto cittadini del proprio paese (se non della propria regione), sentimento che sarebbe controproducente reprimere o negare.

Un appunto finale, solo in parte legato al contenuto del post: dopo Monti e Letta, anche Renzi ha avuto il coraggio d’ammettere onestamente che i problemi dell’Italia sono dovuti all’Italia, non alla Merkel. Accusare la Germania, come è stato fatto in campagna elettorale e si continua a fare, d’essere la causa di tutti i mali è sciocco e dannoso, non aiuta a capire dove si trovano i problemi reali e come risolverli. È un po’ come accusare l’arbitro d’essere la causa dell’eliminazione dell’Italia dal mondiale… Sono molto contento di questo atteggiamento, l’unico che può dimostrare la maturità d’un paese alle soglie del semestre di presidenza del Consiglio dell’UE, che può garantire un rapporto alla pari con la Germania e gli altri paesi, e che pone le basi per una costruttiva cooperazione per la crescita dell’Europa.

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