Prossima fermata: Europa

Quaderno d'appunti e pensieri

La forza gentile dell’Europa e del pensiero di Padoa-Schioppa

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Quando ero all’università, al primo semestre del primo anno di corso, l’indimenticabile professore di scienza politica, l’incomprensibile (a causa dell’accento british) professor Percy Allum ci aveva assegnato come lettura obbligatoria il libroStato, governo, società” di Norberto Bobbio. Questa l’ho sempre considerata un’ottima idea che in qualche modo accontentava tutti: da un lato risparmiava al professore l’onere di spiegare i concetti di basi della scienza politica, compito magistralmente atteso da Bobbio nel suo libro, e dall’altro dava a noi studenti l’opportunità di conoscere la penna e il pensiero di uno dei più raffinati filosofi e politologi italiani dell’ultimo secolo. Si univa insomma l’utile al dilettevole, se così si può dire…

A distanza di 14 anni (!), leggendo Europa, forza gentile” di Tommaso Padoa-Schioppa, edito da Il Mulino nel 2001, ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte a un altro di quei libri che, come quello di Bobbio, meriterebbe d’essere proposto come lettura obbligatoria dei corsi di scienza politica e/o di storia dell’integrazione europea nelle università, tanto chiaro e completo è il pensiero del suo autore, un uomo di spessore culturale fuori dal comune, compianto certamente meno di quanto meriterebbe.

Non è il primo testo di Padoa-Schioppa che leggo: un annetto fa avevo letto – senza recensirla su questo blog – la sua ultima opera intitolata “La veduta corta” e già allora ero stato colpito dalle sue considerazioni sulla crisi economica e politica da poco esplosa (era il 2009). Di lì all’acquisto del saggio principale di Padoa-Schioppa sull’Europa il passo è stato breve; troppo a lungo ho invece atteso per leggerlo, nonostante sospettassi che ne valesse la pena.

Non è facile recensire questo saggio poiché non segue un filo narrativo o argomentativo preciso, come nel caso di altri libri recensiti in precedenza. Il libro è infatti composto dalle trascrizioni di quattro lezioni tenute in varie città europee (Bologna, Edimburgo, Francoforte, Göttingen) a cavallo tra il 1999 e il 2000, e da uno scritto per la rivista scientifica “Daedalus”, che trattano di questioni tra loro connesse ma differenti. L’obiettivo di Padoa-Schioppa è però chiaro: raccontare come l’integrazione europea sia riuscita a cambiare la storia di un continente,

Tommaso Padoa-Schioppa (1940 - 2010)

Tommaso Padoa-Schioppa (1940 – 2010)

portando progressivamente democrazia e benessere senza far ricorso alla forza rozza delle armi, ma con la forza”gentile” del diritto e della civiltà. Data l’origine e la formazione culturale di Padoa-Schioppa, una delle tante grandi personalità pubbliche italiane emerse dalla Banca d’Italia nel secondo dopoguerra, il saggio presta grande attenzione al ruolo dell’Italia nell’integrazione europea e all’importanza economica e politica dell’euro, di cui l’autore è stato uno dei padri fondatori.

Ho pensato quindi che la maniera migliore per raccontare questo libro, che invito tutti a leggere, sia citarne alcuni passaggi che mi hanno particolarmente colpito o fatto pensare. Vedrete come queste osservazioni, formulate più di dieci anni fa, sembrano in realtà essere state pronunciate oggi.

Eccovi quindi una breve selezione. Buona lettura!

L’eredità del secolo XX 

Il processo di unificazione europea è la più forte eredità positiva che il secolo lascia agli uomini nella sfera degli ordinamenti politici. È la dimostrazione che la società umana può, con mezzi pacifici, passare dallo stato di natura alla civiltà, anche in un campo – i rapporti tra Stati sovrani – nel quale quel passaggio non era ancora riuscito, o era riuscito solo in ambiti limitiati (la Svizzera) o in circostanze particolari (gli Stati Uniti d’America). Che anche nei rapporti tra Stati sia possibile sostituire l’impero della legge alla legge del più forte ora è stato dimostrato, e la dimostrazione è avvenuta in quella parte del mondo dove inventare una forma nuova della politica era a un tempo più difficile e più necessario: difficile, perché tanto cospicui erano i valori e le realtà degli Stati nazionali; necessario, perché tanto tragica era stata l’esperienza dei loro eccessi”.

Il federalismo come l’antidoto contro il totalitarismo

“Al pensiero federalista, che accompagna e stimola tutto lo sviluppo europeo del dopoguerra, risalgono in particolare due nozioni che hanno aperto nuove strade anche all’evoluzione istituzionale italiana, e non solo a quella. La prima di essa è la necessità di una divisione del potere. Per evitare il despotismo occorre che il potere sia diviso in un duplice senso: orizzontale (legislativo, esecutivo, giudiziario), ma anche verticale (livello nazionale, sub-nazionale, sovranazionale). […] Solo in un sistema federale, con poteri divisi anche verticalmente e tra loro veramente indipendenti, tutti direttamente radicati nel suffragio popolare, l’elemento potenzialmente totalitario del potere trova un pieno antidoto. La seconda nozione è la sussidiarietà quale criterio per la distribuzione verticale del potere[…]”.

Il dispotismo illuminato e la democrazia limitata

“Fra i due estremi del consenso popolare e della volontà di alcuni governanti, l’Europa si è fatta con un metodo che potremmo definire di dispotismo illuminato: procedure pienamente legittime, ancorate al metodo democratico dal vigere della democrazie solo entro gli Stati, non da un processo democratico europeo. […] Si può parlare di democrazia limitata. Nell’Unione europea non sono ancora applicati pienamente i principi fondamentali del costituzionalismo europeo quali il voto a maggioranza, il fondamento nel suffragio popolare dell’attività legislativa e di quella dell’esecutivo, l’equilibrio dei poteri”.

Il punto di non ritorno

“Sono convinto che il punto di non ritorno non potrà essere che propriamente politico […] Il punto di non ritorno, egli [Mario Albertini] disse, non è né nelle competenze né nelle istituzioni: è il momento in cui la lotta politica diviene europea, in cui l’oggetto per il quale lottano uomini e partiti sarà il potere europeo. Quello sarà anche il momento in cui la rivoluzione avrà finito il suo compito e gli ordini nuovi creatisi verranno occupati dalle forze politiche ordinarie, che faranno il teatro della loro contesa. In una società politica civilizzata, il ferro e il sangue sono sostituiti dalla lotta elettorale, gli eserciti dalle formazioni politiche”.

La solitudine del banchiere centrale

“Inizia ora fase nuova. La Banca Centrale Europea dovrà vincere la sfida della stabilità e nello stesso tempo convincere che la sua azione e la sua indipendenza non sono responsabili della disoccupazione in Europa. L’insidia non sarà forse più il bisogno di indipendenza, ormai soddisfatto, ma l’isolamento e la solitudine: l’assenza di altre ben identificate autorità di politica economica, la difficoltà di rivolgersi a un’opinione pubblica vastissima, plurilingue, molto diversa per tradizioni e cultura”.

Il crinale

“I compromessi sono invenzioni utili quando, incrociando elementi che non si ritenevano combinabili, creano una materia nuova che resiste al tempo. Il compromesso europeo, reso necessario dal fatto che senza una forte componente confederativa il campo europeista sarebbe stato perdente, si è dimostrato vitale: ha permesso di avanzare di molto lungo la linea del crinale, anziché lungo quella bassa del fondovalle”.

L’Europa tra potere e cultura

“La nazione è un fatto di cultura, lo Stato un fatto di potere. Rompendo la coincidenza tra esclusiva tra Stato e nazione la costruzione europea segna un duplice passaggio, sia nella storia del potere sia in quella della cultura”.

L’importanza dell’essere Stato

“L’unione politica è dunque pienamente compatibile con la continuità dello Stato nazionale. È una trasformazione di esso, che lo priva del suo presunto, e in gran parte illusorio, potere assoluto. […] Lo Stato nazionale diventerebbe l’ingranaggio essenziale dell’unione: finalmente liberato da tutte quelle promesse che non era in grado di mantenere, vedrebbe aumentare la propria funzionalità e credibilità”.

Il Parlamento europeo e l’emancipazione dei partiti italiani

“[…] l’Europa – e in particolare il Parlamento europeo – mise i partiti italiani di opposizione in contatto con le forze politiche delle altre democrazie eueopee, spingendoli a cercare una legittimazione democratica e rivedere a tal fine i loro programmi e le loro posizioni”.

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Questa voce è stata pubblicata il 17 giugno 2014 da in libri, opinioni con tag , , , .

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