Prossima fermata: Europa

Quaderno d'appunti e pensieri

La legge di Murphy e le europee

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Nonostante il 2014 si sia aperto con la buona notizia dell’ingresso della Lettonia nella zona euro, ciò non vuol dire che improvvisamente le cose in Europa siano cominciate a girare nel verso giusto: crisi economica, mancanza di leadership, euroscetticismo, nazionalismi, populismi e via di seguito, i presupposti ci sono tutti per trasformare il nuovo anno in un annus horribilis. E, come c’insegna la legge di Murphy, if something can go wrong, it will.

Molto in realtà dipenderà da quello che accadrà a Maggio, quando si svolgeranno le elezioni europee e dalle quali seguiranno a catena vari eventi tra cui la nomina del nuovo presidente della Commissione europea (una specie di toto-candidati l’ho fatto qualche tempo fa in un post).

Queste elezioni si presentano come un’incognita, più del solito, per varie ragioni e tra queste ne emergono due in particolare: l’affluenza alle urne e il risultato elettorale che gli euroscettici riusciranno a ottenere. Ma procediamo con ordine.

È cosa nota che la partecipazione elettorale alle europee segue una traiettoria discendente: le prime elezioni a suffragio universale del Parlamento europeo si svolsero nel 1979 registrando un’affluenza del 61,99% e nelle successive sei tornate elettorali l’affluenza non ha smesso di scendere, toccando il punto più basso – 43% – nel 2009 (clicca sul grafico qui sotto per ingrandirlo). Se la tendenza dovesse confermarsi, c’è il serio rischio che alle prossime europee il numero dei votanti si aggiri intorno al 40% degli aventi diritto, se non al di sotto.

Grafico affluenza elezioni europee 79-09

Per molti osservatori la costante diminuzione dell’affluenza alle europee è inversamente proporzionale al crescente disinteresse nei confronti delle tematiche europee. Onestamente credo che sarebbe difficile negare questa evidenza, anche se tante e differenti sono le ragioni che potrebbero sfumare la radicalità di questa interpretazione (influenza del dibattito nazionale sulle scelte dell’elettorato, scarsa conoscenza delle tematiche europee e mancanza d’informazione, allargamento a paesi con tassi d’affluenza normalmente bassa e via di seguito). Alcuni notano anche che l’andamento dell’affluenza alle europee riflette grosso modo quello che succede anche per altre tornate elettorali, dove si registra una generale decrescita partecipativa: anche in Italia si è registrata una progressiva riduzione dell’affluenza alle urne per le elezioni politiche degli ultimi anni, anche se le percentuali sono molto più alte rispetto alle europee, dato che nel 2013 ha votato il 75% degli aventi diritto, 5% in meno però che nel 2008.

Una limitata partecipazione alle elezioni influenza la legittimità democratica dell’assemblea che gli europei sono chiamati a eleggere: pur se in termini giuridici e formali la bassa affluenza non condiziona la validità dei risultati, in termini politici la legittimità del Parlamento eletto da meno della metà degli aventi diritto ne esce fortemente indebolito visto il flebile interesse popolare. Mi preme però far notare che questa contestazione di legittimità è solitamente sollevata per contestarne le decisioni e la rappresentanza democratica del Parlamento europeo soltanto, dimenticando più o meno consciamente che la bassa affluenza non è invece invocata per contestare la democraticità e legittimità di altri parlamenti o incarichi politici di grande rilievo: ad esempio, per l’elezione del Presidente degli Stati Uniti d’America durante il periodo 1980 – 2012 si sono recati alle urne in media soltanto il 53,4% dei cittadini statunitensi aventi diritto.

È fuor di dubbio che, per un’Europa in crisi d’identità e di supporto popolare come quella attuale, la possibilità che meno del 43% degli elettori si rechino alle urne per eleggere il Parlamento europeo è un serio pericolo. Non si può escludere tale ipotesi considerando l’attuale luna di fiele tra l’Europa e i suoi cittadini, nel sud Europa a causa delle conseguenze della crisi economica e della maniera in cui questa è stata gestita, e in quelli del nord per la paura di dover in qualche modo pagare per sostenere la debolezza del sud. Il prossimo europarlamento rischia quindi d’essere esautorato delle necessarie autorità e influenza politica agli occhi sia dei suoi cittadini – soprattutto di quelli più scettici – che di quelli dei Governi nazionali i quali, ne sono certo, approfitteranno volentieri di questa situazione per cercare di rafforzare il loro potere.

È però possibile anche immaginare che proprio il crescente criticismo e disillusione popolare nei confronti del progetto europeo possano incitare alle urne un maggior numero d’elettori per protestare contro l’Europa e, nella migliore delle ipotesi, spingerla al cambiamento. In questo scenario, è possibile che a trarre giovamento da una maggiore affluenza alle urne siano i partiti e movimenti euroscettici. Ci troveremmo quindi di fronte a un Parlamento europeo democraticamente più forte, ma politicamente più complesso.

In effetti molti osservatori prevedono, e molti temono, che il prossimo Parlamento europeo vedrà una vasta compagine euroscettica e populista, conseguenza d’un voto di protesta anti-europeo e anti-sistema. A guardare quanto accade in Grecia (Alba Dorata), nei Paesi Bassi (PVV di Wilders), in Francia (Front National di Marine Le Pen), nel Regno Unito (UK Independence Party di Farage) e in Italia (M5S euro-ambiguo di Grillo-Casaleggio), solo per nominare i casi più evidenti pur tenendo in debita considerazione le differenza di valori e di programmi di questi partiti, c’è da prepararsi al peggio. Lo scenario più estremo è che il Parlamento europeo non otterrà una maggioranza “governante” stabile perché i gruppi politici “tradizionali” (popolari, socialisti e liberali, che tradizionalmente formano una coalizione di maggioranza di scopo poiché nessun gruppo è mai riuscito ad aggiudicarsi più della metà dei seggi) potrebbero non ottenere i numeri necessari per sostenere la nuova Commissione ed esercitare la funzione legislativa, mentre i partiti euroscettici – a causa della loro disomogeneità – non potrebbero dal canto loro svolgere questo ruolo.

Un’alternativa, anch’essa scomoda, sarebbe la nascita di una “grandissima coalizione” tra popolari, socialisti e liberali per formare una maggioranza stabile (anche se i liberali rischiano seriamente d’essere sfracellati alle prossime elezioni), situazione dalla quale scaturirebbe che all’opposizione resterebbero soltanto le compagini estreme di sinistra e di destra e gli euroscettici (che nella maggior parte dei casi coincidono): il Parlamento europeo diventerebbe probabilmente una polveriera ingovernabile e imprevedibile, certo non a vantaggio dei cittadini europei.

A voler essere più ottimisti, si potrebbe sperare che dalla crisi nascano nuove opportunità per la crescita qualitativa dell’Europa. Già negli ultimi anni la crisi ha spinto a decisioni un po’ più ambiziose, soprattutto per il rafforzamento dell’euro e del sistema bancario, ma sono mancate iniziative politiche più radicali per cambiare un sistema che, bisogna ammetterlo, non funziona come dovrebbe e non è stato capace di portare le risposte che i suoi cittadini speravano.

Spero che Murphy distolga per qualche tempo lo sguardo dal vecchio continente e promuova la sua legge altrove…

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Questa voce è stata pubblicata il 13 gennaio 2014 da in dibattito, futuro dell'Europa, istituzioni, opinioni con tag , , , .

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