Prossima fermata: Europa

Quaderno d'appunti e pensieri

Lotta tra finanza e democrazia: è qui che si gioca il futuro secondo Fazi e Pittella

Libro Fazi-Pittella_zoom

Cinque lunghi mesi dopo l’ultima recensione di una lettura “europea”, quella di Habermas, ho ritrovato il tempo e la voglia di leggere un altro dei numerosi saggi pubblicati recentemente sull’argomento. Questa volta mi sono interessato a una coppia d’autori italiani, per cercare di capire l’analisi dei problemi dell’Europa e le conseguenti possibili soluzioni viste da una prospettiva italiana. Nel caso specifico, si tratta però anche di una prospettiva “di sinistra” (anche se alla distinzione destra-sinistra credo poco): gli autori sono infatti Elido Fazi, giornalista economico, editore e blogger di fede keynesiana, e Gianni Pittella, vice-presidente vicario del Parlamento europeo e attuale candidato alle  primarie per la segreteria del PD. Il libro s’intitola “Breve storia del futuro degli Stati Uniti d’Europa“, edito da Fazi Editore nel 2013.

L’espediente narrativo del saggio è la ricostruzione degli eventi e delle azioni volti a salvare l’euro, quindi l’UE, susseguitisi tra Febbraio 2012 e la fine dello stesso anno, accompagnata dalle riflessioni e opinioni degli autori sulle varie questioni che emergono durante questo tragitto.

La mia lettura della tesi sostenuta dagli autori è che l’Europa dovrebbe assumersi il ruolo di guida verso un nuovo ordine mondiale, risolvendo la lotta tra democrazia e mercati finanziari internazionali e passando attraverso la creazione di un nuovo ordine monetario internazionale, sullo stile di quanto accaduto a Bretton Woods dopo la seconda guerra mondiale. Gli autori sostengono anche che oltre all’ordine economico-finanziario, l’Europa dovrebbe ritrovare un nuovo slancio sociale, basato su cooperazione, democrazia e generosità, perché un’Europa politicamente matura non esisterà senza un’Europa pienamente sociale. Gli Stati Uniti d’Europa saranno la naturale conseguenza di questa evoluzione dell’ordine politico europeo. Tuttavia, mentre la prima parte della tesi – quella sulla finanza e la moneta – è ampiamente discussa nel libro, anzi è il perno intorno al quale si sviluppa il ragionamento, la seconda – l’Europa sociale – è pressoché assente nei vari capitoli e sembra comparire dal nulla nelle conclusioni.

Gianni Pittella, vice-presidente del Parlamento europeo

Gianni Pittella, vice-presidente del Parlamento europeo

Terminata la lettura del libro (tra l’altro estaticamente carino), mi sono chiesto quali potrebbero essere le ragioni che potrebbero spingermi a consigliarlo. Bene, una ragione per cui varrebbe la pena leggere questo libro è l’espediente narrativo, la ricostruzione degli eventi e delle misure prese a livello europeo per salvare l’euro. La storia di questi mesi del 2012 è abbastanza densa e complessa, anche perché recente e quindi di difficile lettura e interpretazione. Da questo punto di vista, Fazi e Pittella hanno fatto un buon lavoro, utile a neofiti e non per capire meglio questo intricato periodo.

Un altro elemento positivo è la convinzione e consapevolezza degli autori, viziate forse da eccesso d’ottimismo, che è proprio dalla crisi attuale che si potrà avere lo slancio verso qualcosa di nuovo, verso un nuovo ordine federale che potrà, grazie alla sua forza economica e al suo slancio morale, risolvere l’incapacità dei singoli Stati nazionali di rispondere alla globalizzazione. In questo senso, è interessante la concezione degli autori secondo i quali la dinamica politica e sociale in Europa e nel mondo oggi è data dallo scontro tra finanza e democrazia, che rimpiazza la dicotomia lavoro – capitale di marxiana memoria. Ma di questo ne parlo dopo.

Purtroppo gli elementi positivi del saggio finiscono qui. Sarà che non condivido totalmente le basi del pensiero di Fazi e Pittella, sarà perché non trovo che l’analisi sia sempre sufficientemente approfondita e accurata, ma il libro nella sua interezza non mi ha totalmente convinto per varie ragioni.

In primo luogo, per lunghi tratti mi è sembrato di leggere un lungo e ripetitivo elogio incondizionato del keynesianesimo. Io ho un punto di vista più eclettico e non credo che una sola teoria possa, da sola, spiegare la complessità del reale e proporre le soluzioni ai problemi. Non nutro nessun pregiudizio contro Keynes, sia chiaro, ma neanche contro liberisti o monetaristi. Fazi e Pittella sembrano invece essere dell’idea che l’unica possibile soluzione alla crisi economica dell’Europa, una crisi che nasce dalle banche e dalla finanza per poi abbattersi sull’economia cosiddetta “reale”, sia keynesiana, mentre le scelte liberiste e monetariste, quelle che hanno dettato l’austerità a tutti i costi per intenderci, sono state la causa dello sfascio economico di fronte al quale ci troviamo.

L’argomentazione si risolve quindi molto, troppo spesso nel sostenere che se si fossero realizzate o se si realizzassero oggi delle politiche di stimolo alla spesa pubblica si risolverebbero i problemi. Non è ben chiaro però quali queste misure dovrebbero essere, mancano nel libro delle proposte concrete. Resta pur sempre vero che alcune osservazioni d’ispirazione keynesiana sono valide e interessanti, una su tutte che per troppo tempo l’obiettivo della piena occupazione è totalmente scomparsa dal dibattito europeo.

Elido Fazi (qui in una posa alla Jony Ive)

Elido Fazi (qui in una posa alla Jony Ive)

Una certa vaghezza la si ritrova anche nell’analisi delle ragioni che hanno spinto i paesi europei ad adottare misure d’austerità: invece di scagliarsi a testa bassa contro le teorie economiche che la sostengono, credo che sarebbe stato più utile cercare di spiegare ai lettori le ragioni che vengono presentate a sostegno, senza semplificare il discorso a una specie di diktat tedesco e della BCE, sorta di demoni monetaristi, il cui scopo è ridurre il debito pubblico e controllare l’inflazione quasi per il puro piacere di farlo o per garantire che i paesi debitori siano in grado (se non falliscono prima, ovviamente) di ripagare i debiti contratti.  Sarebbe stato più interessante spiegare ai lettori come l’iniezione di denaro pubblico, con conseguente crescita del debito, in sistemi politici ed economici poco efficienti e performanti come quelli della Grecia, del Portogallo, della Spagna e dell’Italia, avrebbe potuto tamponare la crisi e far crescere in maniera sana e sostenibile nel lungo periodo queste economie. Non è forse la crisi anche un buon momento da sfruttare per modernizzare il sistema economico e sociale di questi paesi, introdurre riforme che li rendano più competitivi, pur se questo richiede degli sforzi importanti nel breve periodo? Con questo non voglio difendere ciecamente l’austerità, anche perché mi riuscirebbe abbastanza difficile, ma credo che Fazi e Pittella avrebbero potuto e dovuto fare di più su questo argomento, soprattutto perché insistono tantissimo sulla contrapposizione, un po’ datata, tra keynesianesimo e liberismo.

L’altra dicotomia forte del saggio, già accennata in precedenza, è quella tra finanza e democrazia, cioè quella lotta di potere in cui i mercati finanziari condizionano e annullano, con le loro operazioni velocissime e imponenti, le lente decisioni democratiche degli Stati. Questa è una delle osservazioni più interessanti del saggio perché tocca un nervo scoperto, una delle grandi questioni del mondo moderno a cui non si è ancora trovata una risposta, anche perché la divisione è ancora forte tra chi crede la finanza vada lasciata libera d’agire e chi crede vada accuratamente regolamentata. Fazi e Pittella sono senza alcuna ombra di dubbio schierati in questo secondo campo, proponendo di regolamentare i comportamenti delle banche, delle agenzie di rating e dei mercati finanziari in generale (fatta eccezione per le prime due misure già in corso di realizzazione, gli autori restano abbastanza vaghi sulle misure concrete).

Gli eventi degli ultimi anni, in particolare il fatto che la crisi mondiale sia stata causata in primo luogo dal comportamento sciagurato di alcuni operatori finanziari all’interno di mercati essenzialmente deregolamentati, sembrano dare ragione alla posizione degli autori. La mia impressione è però che, come nella contrapposizione keynesiani – liberisti, gli autori eccedano nel purismo: pur condividendo con questi l’obiettivo, cioè liberare il più possibile la scelta democratica dall’influenza dei mercati, non condivido la loro retorica e la demonizzazione che fanno della finanza. In questo senso, Fazi e Pittella fanno eco al Presidente francese Hollande, il quale durante la campagna elettorale del 2012 dichiarò – con un bel pizzico di populismo – che “il mio vero avversario non ha un nome, un volto, un partito, non presenterà mai la sua candidatura, non sarà mai eletto e tuttavia governa; questo avversario è il mondo della finanza“. Negare l’importanza della finanza nel mondo attuale è una negazione della modernità stessa. Ciò non toglie che gli eccessi debbano essere evitati e combattuti.

In conclusione, un dubbio mi accompagna fin dal termine della lettura del libro: non riesco a capire il titolo. Probabilmente, anzi certamente mi sfugge qualcosa o manco d’immaginazione, ma il saggio non mi sembra affatto una storia del futuro degli Stati Uniti d’Europa, ma una storia del recente passato dell’Unione completato da idee per il futuro. Dovessi avere modo d’incontrare gli autori, certamente chiederei loro spiegazioni.

Qui sotto trovate il video di presentazione del libro da parte degli autori.

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