Prossima fermata: Europa

Quaderno d'appunti e pensieri

I want my money back – Margaret Thatcher

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All we are doing is asking for our own money back

Signature Thatcher

Il 30 Novembre 1979 si concludeva al castello di Dublino il Consiglio europeo al termine del quale l’allora presidente della Commissione, il britannico Roy Jenkins, dichiarò che “questa non poteva che essere una delle riunioni del Consiglio europeo più difficili ed è stata indubbiamente la più difficile delle nove alle quali ho partecipato“. All’ordine del giorno c’era la richiesta del Primo Ministro del Regno Unito, Margaret Thatcher, di ridurre il contributo britannico al bilancio comunitario, obiettivo che raggiungerà qualche anno dopo, nel 1984.

La conferenza stampa conclusiva della Thatcher ha lasciato in eredità una delle frasi più conosciute e utilizzate – spesso abusata – della storia dell’integrazione europea: “I want my money back !“. Questa è però la versione giornalistica, certamente più attraente, della frase realmente pronunciata dalla lady di ferro, che invece suonava, in diverse varianti: “all we are doing is asking for our own money back“, l’unica cosa che stiamo facendo è di richiedere indietro i nostri soldi.

Che piaccia o no (a me non piace…), questa frase ha segnato un passaggio fondamentale nella storia dell’Unione e nella partecipazione del Regno Unito alla costruzione europea. Riassume in maniera chiara, anche se necessariamente riduttiva, la concezione dominante oltremanica: la partecipazione nel processo d’integrazione è un investimento come altri, i cui frutti diretti e quantificabili devono almeno eguagliare il capitale investito.

La richiesta britannica si fondava sulla considerazione che il paese era un “contributore netto“, cioè pagava nelle casse dell’Unione più di quanto riceveva in fondi e sussidi diretti. Questa situazione era dovuta soprattutto al fatto che larga parte del bilancio comunitario, più dei 2/3, era destinato alla politica agricola comune, mentre il settore primario era e resta poco sviluppato nel Regno Unito rispetto ad altri paesi europei. Di conseguenza i fondi che i britannici ricevevano dal bilancio comunitario erano inferiori rispetto al contributo versato annualmente nelle casse comuni. Inoltre, quelli erano anni in cui il Regno Unito era il secondo paese meno prospero delle Comunità (Thatcher dice “più povero”, ma l’espressione mi sembra un po’ eccessiva). Di qui la recriminazione.

Thatcher riuscì a ottenere un rimborso parziale di questa differenza contabile, uno sconto di circa i 2/3 della differenza tra “entrate e uscite” noto come rebate; la somma non “rimborsata” al Regno Unito è poi pagata dagli altri Stati membri (Francia e Italia su tutti). Questo meccanismo, con qualche modifica, è ancora in vigore, nonostante la porzione del bilancio UE destinato all’agricoltura sia stato drasticamente ridotto (dal 70% circa nel 1980 al 45% circa nel 2010) e il Regno Unito non possa più essere considerato come uno dei paesi meno prosperi dell’Unione. Va anche detto però che resta un “contributore netto”.

Fonte: wikipedia

Fonte: Wikipedia

Ho fatto cenno al fatto che questo meccanismo è stato modificato. Questo è successo perché altri “contributori netti” hanno cominciato a recriminare un trattamento simile e lo hanno ottenuto. Succede quindi che oggi paesi come la Germania, la Svezia, i Paesi Bassi e l’Austria sono risciti a ottenere uno sconto sullo sconto, cioè rimborsano solo una parte del mancato contributo britannico, che gli altri Stati si accollano. Queste recriminazioni generalizzate hanno portato all’approvazione di più di 50 eccezioni nell’ultimo quadro finanziario pluriennale 2014-2020 #mff discusso dal Consiglio europeo poche settimane fa.

Mettendo da parte il fatto che questo sistema è in totale disaccordo con il principio di solidarietà europea, ilrebate si fonda su una logica puramente contabile, che prende in considerazione solo la differenza tra gli elementi quantificabili della partecipazione nell’Unione (quanto pago e quanto ottengo), in maniera miope e faziosa. Non considera invece i numerosi vantaggi economici non quantificabili, ma certo esistenti, che il Regno Unito, i suoi cittadini e aziende ottengono grazie all’adesione britannica al progetto europeo, in primo luogo al mercato unico.

Non è facile calcolare questi vantaggi, ma è possibile fare qualche esempio concreto. Si pensi ai benefici che traggono le aziende inglesi nel poter vendere i propri prodotti e offrire i propri servizi in un qualsiasi paese UE o partecipare in bandi per appalti pubblici, senza ostacoli o discriminazioni, come una qualsiasi compagnia nazionale. Lo stesso dicasi dei vantaggi legati all’apertura dei mercati, alle liberalizzazioni, che hanno facilitato l’accesso delle compagnie britanniche ai mercati di altri paesi dell’Unione: quanto guadagna per esempio in Italia la Vodafone, multinazionale britannica, e quanta ricchezza esporta nel Regno Unito? Immagino somme a nove zeri.

In molti sostengono che Margaret Thatcher sia stata capace di grandi cose nel Regno Unito, di rilanciarne un’economia in difficoltà e modernizzare il paese, anche dando priorità agli interessi nazionali su tutto il resto. Pur essendo convinto che l’euroscetticismo non sia un male per l’integrazione europa ma un’opportunità per riflettere e far maturare il processo d’integrazione, l’eredità thatcheriana per l’Europa in materia di bilancio è ben diversa da quella nazionale: non solo è fortemente negativa, ma non riusciamo ancora a scrollarcela di dosso.

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Questa voce è stata pubblicata il 6 marzo 2013 da in ipse dixit con tag .

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