Prossima fermata: Europa

Quaderno d'appunti e pensieri

Cohn-Bendit e Verhofstadt, nella diversità uniti per l’Europa

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Immaginate una di quelle coppie cinematografiche di successo, apparentemente male assortite ma in fin dei conti in piena sintonia nonostante le differenze. Che ne so, una coppia Mel Gibson – Danny Glover in “Arma letale”: un ribelle dai modi spicci ma efficaci, dal passato ribelle e burrascoso, che s’accompagna a un tipo più normale, dal curriculum più ortodosso, e che vedono il mondo in maniera sostanzialmente diversa ma condividono pienamente l’obiettivo ultimo.

Ebbene, Daniel Cohn-Bendit e Guy Verhofstadt, autori di Per l’Europa! Manifesto per una rivoluzione unitaria edito da Mondadori (titolo originale: “Debout l’Europe ! Manifeste pour une révolution postnationale en Europe“, André Versaille) mi ricordano questo schema hollywoodiano: una coppia composta da personalità e idee politiche apparentemente inconciliabili, ma in realtà complementari tra loro per il fine che hanno in comune: il progresso dell’integrazione europea.

Il libro che hanno scritto a quattro mani (pure loro? sì, pure loro…) serve un duplice scopo: di divulgare la loro idea d’Europa, o meglio di Stati Uniti d’Europa, e lanciare e sostenere il dibattito pubblico sulla questione. Non a caso, il libro è edito in varie lingue (francese, olandese inglese, italiano, tedesco) ed è stato presentato e dibattuto in vari paesi europei negli ultimi mesi.

Daniel Cohn-Bendit

Daniel Cohn-Bendit

Avendo letto questo libbricino poco tempo dopo quello di Goulard e Monti, non riesco a evitare il paragone: metodico e accademico il secondo, militante e istintivo quello di Cohn-Bendit e Verhofstadt. Inoltre, mentre i Goulard e Monti non identificano chiaramente quale debba essere a loro parere il risultato finale del processo d’integrazione europea, non si sbilanciano sulla forma che questa dovrà avere e apprezzano l’avanzamento a piccoli passi; i secondi hanno ben chiaro in mente cosa vogliono e quando: l’Europa federale, subito. Si potrebbe dire che i due libri riflettono bene i caratteri delle rispettive coppie d’autori.

Il testo si divide in due parti ben precise: un “manifesto per la rivoluzione unitaria” e post-nazionale, che definisce i problemi da affrontare e le azioni necessarie per risolverli, e un’intervista con Jean Quatremer – giornalista per il quotidiano francese Libération e uno dei blogger più influenti di Bruxelles (questo lo si ama o si odia e io non ho ancora capito  quali sentimenti nutro nei suoi confronti) – che analizza alcune delle questioni centrali del dibattito europeo attuale e permette ai due d’esprimersi in tutta libertà.

Visti i generi letterari scelti – manifesto politico e intervista a tre – ogni sezione del libro andrebbe letta tutta d’un fiato per poterne apprezzare il ritmo, la dialettica, il contenuto e le argomentazioni. Non aspettatevi fini disquisizioni filosofiche o teoriche, ma preparatevi a concetti e scambi franchi e diretti, che non lasciano troppo spazio al compromesso e, in alcuni casi, forse poco accurati o eccessivi. Del resto, come potrebbe essere altrimenti il libro scritto da due politici “fiere politiche” che ci hanno abituato ad accesi interventi durante i dibattiti parlamentari (degli esempi qui e qui)?

Per quanto condivida molti concetti e idee espressi da Cohn-Bendit e Verhofstadt, il loro modo radicale d’affrontare e comunicare le questioni che stanno loro a cuore mi a messo a volte a disagio e  il libro, per quanto gradevole, non è sempre totalmente convincente. Dovesse leggerlo un euroscettico, credo che non solo non cambierebbe idea sull’Europa, ma potrebbe addirittura rafforzare il suo scetticismo poiché il testo non riesce a presentare in maniera sempre convincente i motivi per cui l’integrazione europa è un bene (comune). L’entusiasmo della convinzione e della dialettica politica offusca il rigore necessario per sostenere il pensiero.

Come già detto e ben noto, i due politici-autori sono ardenti sostenitori della causa federale e credono sinceramente che la federazione europea sia l’unica risposta possibile alle sfide del mondo moderno, espressione quasi naturale dell’evoluzione continua dell’ordine politico dell’umanità. Il progetto federale dovrebbe a loro avviso passare attraverso la piena parlamentarizzazione dell’UE, in cui la nomina dell’esecutivo europeo, la Commissione, dev’essere diretta emanazione della maggioranza parlamentare prodotta dalle elezioni europee. A loro parere, ciò contribuirebbe in maniera determinante alla creazione d’un dibattito politico di respiro europeo, uno dei cardini del loro discorso.

In aggiunta, sostengono che la parlamentarizzazione e la nascita d’uno spazio politico propriamente europeo dovrebbe realizzarsi anche attraverso la creazione di liste elettorali transnazionali, che permettano ai cittadini provenienti da Stati memberi differenti di votere per gli stessi candidati comuni. Questa è un’idea certo interessante, che se realizzata potrebbe effettivamente diminuire la compartimentalizzazione del dibattito politico in tanti dibatti nazionali / locali. L’evidenza mostra che le campagne per le elezioni europee, che dovrebbero svolgersi su questioni d’interesse continentale, rapidamente si ripiegano su sé stesse e affrontano questioni puramente nazionali o locali, che poco o niente hanno a che vedere con gli affari che l’Unione nel suo insieme è chiamata ad affrontare.

Guy Verhofstadt

Guy Verhofstadt

Un altro elemento che Cohn-Bendit e Verhofstadt ritengono possa contribuire all’affermarsi d’uno spazio pubblico europeo (oltre che all’accelerazione del cammino verso la federazione) è la possibilità per l’Unione di finanziarsi tramite risorse proprie che sostituiscano i contributi provenienti ogni anno dal tesoro degli Stati membri; per farlo, l’Unione dovrebbe però poter introdurre delle imposte. Un tale meccanismo non solo permetterebbe alle istituzioni europee d’affrancarsi dalla dipendenza finanziaria dagli Stati membri, ma farebbe crescere l’interesse dei cittadini verso le decisioni prese dalle istituzioni europee, poiché avrebbe degli effetti concreti e visibili, e stimolerebbe il dibattito sulla natura, oggetto e scopo dell’imposizione. In questi giorni, per esempio, si discute dell’uso che l’Unione dovrebbe fare degli introiti derivanti dalla futura tassa sulle transazioni finanziarie #FTT (leggi un post precedente qui), se questi soldi dovranno andare nelle casse degli Stati partecipanti o se alimenteranno invece il bilancio dell’Unione.

Particolarmente interessante è inoltre l’utilizzo del concetto d’ identità multiforme, che Cohn-Benit e Verhofstadt impiegano per smontare le ragioni stesse dei nazionalismi d’ogni tipo. I due sostengono che ogni individuo ha delle identità differenti che coesistono, senza che ciò crei problemi o tensioni: un’identità territoriale locale, regionale, nazionale, etnica, politica, religiosa, ecc. È difficile credere che esistano individui con un’unica identità, ancor più che esistano popoli o nazioni con identità uniformi, come vogliono far credere i movimenti nazionalisti. Io aggiungerei che i grandi esperimenti democratici della modernità, in primo luogo gli Stati Uniti d’America, mostrano chiaramente che l’unicità identitaria non è un elemento necessario per il successo d’un progetto politico: ciò che conta è la condivisione d’un obiettivo comune, il quale a sua volta aiuta a forgiare una parte la complessa identità individuale e collettiva. La riflessione dei due politici su questa questione mi è parsa un elemento molto importante, anche se solo in parte nuovo, per supportare la bontà dell’integrazione e respingere le false idee che sostengono l’impossibilità di un’Europa federale poiché troppo diverse sono le identità da conciliare.

Cohn-Bendit e Verhofstadt non lesinano critiche verso i vari attori della scena politica europea, e sono particolarmente severi nei riguardi della Germania e della Commissione europea. Alla prima (leggasi alla Merke) rimproverano d’aver fatto poco per aiutare l’Europa a uscire dalla crisi e d’essersi preoccupata soprattutto e prevalentemente di salvaguardare i propri interessi; alla seconda, rimproverano l’incapacità d’agire e la mancanza di visione e ambizione politica. Al tempo stesso, però, ho avuto l’impressione che i due (soprattutto Cohn-Bendit), pur essendo convinti federalisti, accreditino un ruolo eccessivamente importante alla coppia franco-tedesca per guidare il futuro processo d’integrazione. Sarebbe certamente errato sottovalutare l’importanza del motore franco-tedesco nella storia dell’Unione, ma non credo che questo ruolo debba continuare anche oggi (o almeno non come motore esclusivo dell’Europa) perché equivarrebbe a riconoscere, più o meno indirettamente, che l’Europa può esistere solo se guidata da una leadership nazionale, e che una sovranazionale non può esistere.

Mi fermo qui con le mie considerazioni su “Per l’Europa!”, sperando d’aver invogliato qualcuno a leggere questo libro per scoprire le idee di Cohn-Bendit e Verhofstadt sul futuro del vecchio continente. Il futuro si prepara nel passato, si costruisce nel presente: per farlo, bisogna saperselo immaginare.

PS: questo è il video del dibattito che si è tenuto al Bozar di Bruxelles con gli autori

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