Prossima fermata: Europa

Quaderno d'appunti e pensieri

Tre giorni, tre eventi tra i dubbi: un inizio settimana in chiaroscuro per l’UE

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La nomina d’un nuovo presidente dell’Eurogruppo, la decisione del Consiglio di procedere verso una tassa sulle transazioni finanziarie #FTT, il discorso di Cameron sull’Unione Europea #EUspeech #thespeech: è stato un inizio settimana del quale non ci si può lamentare. Oppure si può? Credi si tratti d’eventi che si prestano a interpretazioni e punti di vista differenti, dato che elementi positivi e negativi convivono ed è difficile dire se il piatto della bilancia pende da un lato o dall’altro.

Lunedì 21 Gennaio, Jean-Claude Junker, il presidente, anzi il padre dell’Eurogruppo, strenuo difensore e promotore dell’Euro e dell’integrazione europea, ha definitivamente lasciato le armi a Dijsselbloem. E questa non la definirei proprio una bella notizia. Se si considerano il profilo di Junker e il fatto che il suo successore è un ministro al suo primo mandato, senza esperienza europea e senza alcuna conoscenza o formazione economica, il quadro diventa ancora più scuro. Questa almeno è stata la mia prima reazione quando la nomina di Dijsselbloem è stata confermata, dopo ampie anticipazioni. Però la lettera che ha scritto per informare i membri dell’Eurogruppo delle sue priorità d’azione è stata una sorpresa positiva. Il minitro olandese parla della necessità di un balanced approach, d’un approccio bilanciato che riconosca la necessità al tempo stesso della disciplina finanziaria e dello stimolo alla crescita economica. L’accento cade ancora molto sulla necessità del consolidamento delle finanze pubbliche e molte delle azioni a cui il testo si riferisce menzionano soprattutto questioni di pareggio di bilancio e diminuzione del debito, ma la buona intenzione c’è. O forse sono io che voglio trovare un elemento positivo in uno sviluppo che non mi ha molto entusiasmato.

Martedì è stata la volta della tassa sulle transazioni finanziarie, aka Tobin tax, aka Robin Hood tax. Che si proceda su questo progetto è certo una buona notizia (almeno per chi crede nella sua utilità…), soprattutto perché una tassa del genere necessita un coordinamento tra Stati membri per evitare che le transazioni finanziarie si spostino da un paese all’altro al solo fine d’evitare l’imposizione fiscale. Tuttavia, la notizia non riguarda la decisione del Consiglio d’introdurre una tale tassa, ma di procedere a una cooperazione rafforzata tra undici Stati membri dell’Unione (Austria, Belgio, Estonia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna). E questa è la cattiva nuova: siamo di fronte a un ulteriore caso di geometria variabile, d’Europa à la carte, in cui una minoranza di Stati, al fine di progredire ulteriormente nella loro integrazione economica e politica in un settore delicato come quello della tassazione, decide di perseguire un progetto ambizioso, mentre gli altri paesi restano alla finestra a guardare cosa succede. In aggiunta, la futura decisione dovrà essere presa all’unanimità dagli Stati partecipanti. Probabilmente si tratta d’un piccolo successo per ovviare alla grande sconfitta del mancato abbandono del principio dell’unanimità sulle questioni fiscali.

Mercoledì è stata la volta invece dell’attesissimo discorso di Cameron sul futuro del Regno Unito in Europa, di cui ho parlato nel post precedente (credo che le considerazioni già fatte siano state confermate dal discorso pronunciato a Londra). Mi è sembrato che Cameron abbia inizialmente strizzato l’occhio ai conservatori più euroscettici e allo UK Independence Party, per poi muoversi su binari più europeisti, anche se nei limiti dell’accettabile per un Tory, per tenere a bada i liberali e i conservatori meno scettici (e forse anche la sua coscienza, non totalmente euroscettica). Cameron ha affermato che il Regno Unito ha bisogno dell’Unione, soprattutto per il suo mercato interno, ma che spetterà ai britannici esprimersi – probabilmente nel 2017 se vincerà le prossime elezioni – tramite referendum “dentro o fuori”; ha anche chiarito la sua posizione, che sosterrebbe la partecipazione del Regno Unito all’Unione solo se le specificità e gli interessi britannici saranno tenuti debitamente in conto in un futuro trattato (leggi: ampi opt-out in aree quali l’Euro, coordinamento delle politiche economiche,  giustizia e affari interni, politiche sociali, tassazione, ecc.). Insomma, nulla di realmente nuovo. Dov’è la buona notizia? Che la questione “dentro o fuori” è stata finalmente presentata e il primo ministro britannico ha avuto il coraggio di farlo senza troppi complessi e vittimismi.

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Questa voce è stata pubblicata il 24 gennaio 2013 da in attualità, opinioni con tag , , , , , , .

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