Prossima fermata: Europa

Quaderno d'appunti e pensieri

Il futuro europeo del Regno Unito è nelle mani dell’Unione

Molti ne hanno parlato, riviste e giornali lo hanno addirittura commentato, tutto sembrava pronto lo scorso venerdì ad Amsterdam. E invece #thespeech, il discorso di Cameron sul Regno Unito, l’Unione Europea e la loro perigliosa ma duratura relazione, non è stato ancora pronunciato.

Il rilascio di alcuni stralci del discorso poche ore prima che fosse cancellato a causa della crisi algerina non ha frenato le speculazioni, dato che i passaggi chiave non sono stati ovviamente rivelati. Non sappiamo quindi se Cameron proporrà un referendum popolare sull’uscita dall’Unione Europea, quando questo ipotetico referendum avrà luogo – se a breve o solo dopo le prossime elezioni – , quali sono i cambiamenti che ritiene necessari affinché il Regno Unito possa continuare a fare parte dell’UE, né perché. Quel che è certo è che Cameron ambisce a pronunciare un discorso ambizioso, che passi alla storia come quello di Margaret Thatcher al Collège d’Europe a Bruges del 1988 e che riaffermi che il Regno Unito potrà sì continuare a far parte dell’Unione, ma alle sue condizioni.

Qualunque sia il contenuto del discorso di Cameron, qualunque sia il livello d’euroscetticismo espresso, il processo d’integrazione europea ne risentirà e aprirà un nuovo fronte nel dibattito sulla riforma dell’Unione.

Sono certo che l’UE può esistere e ambire a grandi traguardi anche senza Regno Unito. Non direi, come l’ha fatto il primo ministro finlandese Katainen, che l’Europa senza i britannici è come “fish without chips: it’s not a meal anymore”; però è vero che sarebbe un piatto incompleto, meno saporito pur se appetitoso. Ma continuerebbe ad esserlo anche se l’UE accettasse delle nuove eccezioni per assicurarsi la partecipazione del Regno Unito? E quali eccezioni? Sarebbe questo davvero per il bene dell’Europa e dei suoi cittadini? Nutro dubbi al riguardo.

Il processo d’integrazione europea parte da una scelta politica importante e coraggiosa: tutti i partecipanti sono uguali in diritti e doveri, indipendentemente dal loro peso demografico, politico o economico. Un gruppo di grandi statisti hanno intuito che, per garantire pace e prosperità al continente, bisognava accettare di lasciare da parte, seppellire le logiche di potere e dominio, e iniziare una fase di condivisione del potere decisionale e d’uguaglianza tra gli Stati. Questo principio fondatore, voluto fortemente da Jean Monnet e dal Cancelliere Adenauer e messo in pratica con modalità differenti nel corso degli anni, è stato sostanzialmente ribaltato quando alcuni Stati, il Regno Unito in primis, hanno ottenuto il diritto a non partecipare ad alcune iniziative comuni, progressivamente diventate d’importanza cruciale nella costruzione comune: l’Euro, l’area Schengen, le politiche di giustizia e affari interni. L’eguaglianza tra Stati ha lasciato il posto alla discriminazione a vantaggio di pochi. Presumibilmente questa era giusta scelta in quel momento storico: l’Europa aveva bisogno del Regno Unito per poter progredire nel suo cammino d’integrazione e controbilanciare l’influenza del tandem franco-tedesco (i britannici hanno avuto un ruolo fondamentale nella riforma della politica agricola comune). Le condizioni odierne sono però differenti: l’Europa ha di nuovo bisogno d’avanzare, questa volta per salvaguardare e rafforzare i suoi progetti di successo, i più ambiziosi dei quali sono il mercato unico e l’Euro, per garantire i diritti e la libera circolazione degli individui, e per trovare un posto adeguato nel mercato globale, competitivo e senza troppi scrupoli.

Molte sono le analisi che confermano la necessità d’una riforma radicale dell’Unione, che le permetta d’affrontare in maniera adeguata le sfide odierne: crisi economica e finanziaria, necessità di coniugare sviluppo economico, diritti sociali e rispetto dell’ambiente, calo demografico e immigrazione, presenza di nuovi attori nel mercato internazionale, solo per nominarne alcune. In tutti questi campi, l’azione d’un singolo Stato, per quanto ben calibrata, non può bastare: si può davvero credere che – diciamo – l’Italia, sola, possa rilanciare la propria economia dopo una crisi che ha intaccato profondamente il settore bancario americano ed europeo, che ha corroso le (poco profonde) fondamenta della moneta unica e che ha indebolito il suo sistema produttivo e sociale? O che possa, sola, fronteggiare la concorrenza economica e demografica di Cina, India o Brasile? L’azione comune sembra essere l’unica risposta.

In questo contesto, l’Unione e i suoi membri hanno molto da perdere dall’eventuale uscita del Regno Unito, non solo in termini economici, ma anche politici e culturali. Il Regno Unito ha da perdere ancora di più e rischia di diventare marginale e isolato in Europa e nel mondo.

Paradossalmente, credo che i britannici s’illudano quando ritengono d’essere totali padroni del proprio destino. Sarà l’Europa, o meglio il progetto d’Europa che si sceglierà di realizzare nei prossimi decenni, a determinare cosa ne sarà del Regno Unito. Se gli Stati membri decideranno di voler continuare a vivere la frustrazione e i limiti di un’Unione inadeguata a rispondere alle sfide del mondo contemporaneo, un mutante che viaggia a più velocità anche su temi centrali per l’integrazione economica (l’Euro) e sociale, allora ci si sarà un posto anche per Cameron & co. Se invece prevarrà la volontà di fare un salto qualitativo verso un nuovo modello d’integrazione, che non transige più dal principio d’eguaglianza di tutti i suoi membri, allora è presumibile che il Regno Unito non potrà far altro che restarne fuori (tranne in caso d’improbabili sorprese).

L’Europa sarà una e unita oppure probabilmente non sarà mai davvero. Sarebbe un errore madornale sacrificare gli interessi collettivi a lungo termine dei popoli europei per salvaguardare quelli elettorali a corto termine di uno dei suoi membri.

PS (1): il testo del discorso di Cameron #EUspeech #thespeech può essere letto qui.
PS (2:) anche l’Economist, in un tweet, crede che il Regno Unito sia ostaggio della volontà degli altri Stati Membri (aggiornamento 23/1/2013).

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Questa voce è stata pubblicata il 20 gennaio 2013 da in futuro dell'Europa con tag , , .

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